
Il suono della cittadinanza
Uno scritto di una mattina nebbiosa passata sul Binario numero 3
12. 12. 2025
Per ogni dolore e ogni ferita, l’unica vera cura è la spinta dell’essere umano a riconoscere sé stesso, i suoi valori, la bellezza nell’altro, la freschezza di un sorriso e il calore di un abbraccio.
Questa si chiama gentilezza.
A chi non è mai capitato di dover dare voce a qualcosa o a qualcuno? Solo per difendere, o per raccontare una parte di sé?
A me succede fin da quando ero nella pancia della mamma. Il suo diaframma dava fiato al suo strumento, il flauto, mentre mio padre sedeva al pianoforte suonando tutte le melodie che il mondo poteva donarci.
Subito dopo la nascita fui inserita nel mondo della banda. All’inizio sembrava tutto noioso, ma poi, quando iniziai a suonare, vedere la gente passare per le strade, i bambini saltare e ballare al ritmo delle loro canzoni preferite, rendeva tutto più bello. Quando si aprivano le tende del teatro per iniziare il concerto, l’emozione diventava una magia. Tuttavia, dietro quelle tende si nascondeva una parte oscura che ancora non potevo vedere.
Per fortuna arrivò un altro linguaggio a salvarmi: la grafica. Iniziai a divertirmi disegnando e impaginando volantini, rilegando riviste a mano, colorando francobolli inventati con i pennarelli, per dare voce alla storia del mio paese e della mia banda. Più avanti inaugurai con una mia amica una pagina social dedicata al territorio: quante belle cose abbiamo fatto insieme — collaborazioni, eventi, serate. Poi, come spesso accade, il tempo ci allontanò.
Ricordo ancora una sera in cui pensai: “Quanto vorrei avere una sorellina!”.
Così fondai un coro di bambine, dando voce alla bellezza, e finii per adottarne idealmente venti. Anche questa realtà dovetti però abbandonarla, per il tempo ormai esaurito e per le minacce provenienti dai “pugni e dai passi pesanti”, che interrompevano la melodia che avevamo composto insieme.
Nel frattempo arrivò la Comunità Educante: tanti progetti, tante opportunità per aiutare i ragazzi a crescere e per noi docenti ed educatori. Per me fu lo spazio in cui scoprire un metalinguaggio, un modo per parlare e dare voce a chi aveva più difficoltà.
Da lì venne l’opportunità del servizio civile. Un’occasione per crescere e raccontare le storie del territorio: enti, associazioni, e soprattutto le persone che avevano donato il proprio tempo per contribuire allo sviluppo della valle.
Poi, un giorno, una sorpresa: sul sito del Dipartimento trovai la notifica riguardo la rappresentanza del servizio civile. Così, senza dire nulla ai miei, e su invito di una guida morale, mi candidai. Non potevo immaginare che un semplice clic su una piattaforma online avrebbe cambiato la mia esistenza. Tornata dal mio primo Erasmus Plus, dovetti iniziare la mia campagna elettorale: tanta gente intorno mi chiedeva cosa stessi facendo, ma forse non lo sapevo nemmeno io. Mi misi in viaggio verso Torino, e l’enorme grattacielo della Città Metropolitana sembrava volermi divorare. Mi chiedevo se ce l’avrei fatta a superare quel momento. Forse sì, forse no. Ma sentivo che era necessario provarci.
Il 13 dicembre 2024 arrivò un’altra sorpresa: ero stata eletta.
Diventai così la prima volontaria della provincia di Vercelli ad assumere quel ruolo, per me importantissimo. Pensavo sarebbe stata una passeggiata leggera: invece no. Cominciò un lungo lavoro, riunioni, chat infinite per dare voce ai volontari. Arrivò febbraio, con la sua aria tremenda, e mi portò a Roma, dove tutto si fece più grande: più voci, più note, un insieme vastissimo da gestire. Dovevo imparare a parlare, a dosarmi, a dialogare con gli altri e con le mie competenze. Una responsabilità enorme.
Girai il Piemonte come non avevo mai fatto prima, alla velocità di un tempo che sembrava mangiarsi la mia giovinezza e i miei 23 anni, facendomi però crescere. Riunioni tutte le sere, e poi nanna alle due di notte.
Inciampai, piansi molte volte, e mi rialzai ogni volta con lo sguardo rivolto verso l’alto e verso l’altro, per comprenderlo e trovare la forza di accettare ciò che non andava. Persone che sembravano stare dalla mia parte, invece non lo erano. Ho perso ciò che avevo di più caro e autentico, senza però dimenticare. Ho fatto filtrare la sua voce nelle mie corde vocali, finché ho potuto. Devo ringraziare sorelle, madri, amiche che mi hanno aiutata a rimettermi in piedi, concedendomi una carezza, uno sguardo, una parola semplice, e soprattutto il loro tempo. La lista sarebbe infinita.
Ma devo dire grazie anche ai miei nemici, che mi hanno insegnato moltissimo, e che ho scelto di perdonare, riconoscendo la gabbia in cui vivevano. Sono andata avanti fino in fondo, consapevole che la partecipazione e la cittadinanza hanno un peso enorme e un valore immensurabile.
La rappresentanza è stata la mia scuola di vita, in due P: politica e personale.
Politica, perché ho imparato a gestire i conflitti, a conoscere il peso di portare la voce degli altri, a curare e servire.
Personale, per tre motivi: ho imparato a leggere le persone, distinguendo chi mi era alleato e chi no; ho imparato ad ascoltare e comprendere i bisogni degli altri; ho scoperto che comunicare non significa persuadere, ma condividere una parte di sé con l’altro.
E soprattutto ho imparato a stare da sola, pur di non andare contro i miei valori e per vincere le mie paure.
In generale ho capito che usare la propria voce significa essere gentili — con gli altri e con sé stessi.
Questo è il mio testamento morale: andate avanti senza paura, difendendo i vostri valori nel vostro piccolo, e date voce a chi non ne ha.
La rappresentanza è finita, ma continua nella vita, come una pagina musicale già scritta.
Ora sono pronta a girare il foglio e iniziarne una nuova, con i suoi accenti, i suoi ritmi e le sue pause (perché ogni tanto bisogna fermarsi), per cadere, rialzarsi e ricominciare a ballare come in una danza.
E far vivere in eterno il suono
della cittadinanza.
Saluti di pace.
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